Intervista a Franco Bomprezzi

Rovesciare i punti di vista è sempre utile.
Tempo fa ho letto su un blog del Corriere della Sera queste parole di Franco Bomprezzi:

““Costretto su una sedia a rotelle”. Quante volte mi sono imbattuto in questa pessima frase fatta, utilizzata – mi si consenta – a ogni pie’ sospinto da colleghi giornalisti, di carta stampata o di televisione, per connotare la situazione disgraziata di una persona che non può più camminare, o in seguito a un incidente, o per malattia. C’è persino la variante involontariamente blasfema: “Inchiodato su una sedia a rotelle”. Credo che chi usa queste espressioni non si renda neppure conto del danno che produce, innanzitutto al mio sistema nervoso, ma più in generale a una corretta comunicazione sulla disabilità.”

Il post è molto bello, leggetelo tuttoe parla della sedia come strumento di libertà. Nello spirito dissacrante e trasversale di measachair, ho contattato Franco per chiedergli di parlarci della sua sedia e lui, con immediatezza, mi ha risposto: “Grazie della sollecitazione. A me piacciono le contaminazioni fra mondi diversi, è lì che gioco la mia normalità di persona”. Risposte così fanno bene al nostro piccolo blog, perché ne colgono pienamente il senso. Più in generale, questo modo di intendere la comunicazione – in rete, sui media tradizionali e ovviamente nei rapporti interpersonali – è da sottolineare e da promuovere.

Siediti e dicci: Chi sei, che cosa fai?
Sono un giornalista a rotelle, piuttosto ingombrante. Da sessant’anni mi muovo senza fare un passo, ma solo spingendomi sulle ruote. O facendomi spingere quando la pigrizia ha il sopravvento. Scrivo molto, ho lavorato a lungo anche nelle redazioni dei quotidiani e delle agenzie di stampa. Resto del Carlino, Mattino di Padova, Agr (agenzia di Rcs), portale Superabile di Inail, ora free lance per scelta e per età, scrivo per Vita e per corriere.it in due blog: FrancaMente su Vita.it e InVisibili su corriere.it. Poi faccio anche altre cose, più o meno bene. Portavoce di Ledha, la Lega per i diritti delle persone con disabilità, sono direttore responsabile di un bel portale di notizie e di commenti su questo tema, Superando.it. Sono anche Cavaliere (mi ha nominato il Presidente Napolitano nel 2007) ma non ho il cavallo.

Nel tuo campo professionale le sedie, che c’entrano? Hanno una sfumatura speciale, un significato?
Dicono che il giornalismo ormai sia molto sedentario, tutti dietro una scrivania. Ed è quasi vero. In redazione ero il più veloce, perché le poltroncine ergonomiche a rotelle dei miei colleghi hanno un punto debole: le rotelle. Spesso si impuntano, si bloccano, ti tradiscono. E così loro dovevano per forza alzarsi in piedi e camminare, mentre io sfrecciavo fra i tavoli senza fatica. Un direttore dell’epoca, Paolo Ojetti, fece persino una vignetta… peccato che non la trovo più. C’ero io stilizzato in sedia a rotelle, e swisshh… “Bomp…razzo!”. Bei tempi.

Su che sedia vivi e lavori? influisce su quello che fai? Ne hai più d’una, la cambi come gli abiti?
Io sono tremendamente abitudinario. La carrozzina è una sedia ma è anche un guanto, una scarpa comoda, una seconda pelle, una protezione, quasi una corazza, a seconda delle circostanze. Siccome sono anche un discreto fifone scelgo sempre carrozzine molto stabili e robuste, anche se oggi vanno di moda le “superleggere”, in lega di titanio. Fanno tendenza, ma io devo tenere conto delle mie caratteristiche fisiche: vivo con un tutore ortopedico che mi blocca la gamba sinistra, e il torace è stretto dal busto, per contrastare una scoliosi strepitosa. Inutile e ridicolo dunque pensare a una carrozzina per palestrati, come si vedono alle Paraolimpiadi. A ognuno il suo. La mia è una solida carrozzina tedesca, un ottimo compromesso tra maneggevolezza e stabilità. Uno dei pericoli maggiori, in sedia a rotelle, è che la sedia potrebbe impennarsi all’indietro e ribaltarti con la schiena per terra, se si supera in una pendenza il punto di non ritorno dell’equilibrio. E io ho già provato quanto fa male. Piuttosto va detto che io amo le sedie manuali, non sono bravo con le sedie elettroniche, comandate dal joy-stick. Preferisco tenere le braccia in esercizio, fin che posso. Comunque sono molto affezionato alla mia gloriosa Otto Bock. Non la cambio, una alla volta, per cinque anni. Più o meno. Dovrei tenerla meglio, sono un po’ cialtrone. Ma lei non si lamenta.

Come interagisce la tua sedia con le sedie di casa?
La mia sedia è poco esigente. Basta lasciare uno spazio vuoto al tavolo del soggiorno, o al tavolo della cucina. Tanto in casa siamo in due più il gatto. La mia compagna ama molto farsi trasportare sul bracciolo della mia carrozzina, ma è un po’ faticoso. In casa ci sono comunque molte sedie, di vario tipo. Anche perché la casa è aperta agli amici, ai conoscenti, ed è uno spazio normale, senza troppi accessori dedicati. Anzi, credo che chiunque entri per la prima volta nel mio spazio privato si stupisce della normalità di una abitazione pensata per tutti, con un buon compromesso fra le mie esigenze di mobilità e di autonomia e quelle degli altri. Faccio un esempio: nessuna cucina “speciale”, ma solo un abbassamento dei pensili, e del piano cottura (togliendo i piedini…). Un banale accorgimento che rende una cucina di serie assolutamente fruibile da tutti. Penso che oggi il design for all potrebbe essere meno teorico e più pratico, osservare meglio non solo le esigenze speciali di una persona con disabilità, ma anche le sue interazioni con le persone non disabili. Si vive insieme, non in ghetti dorati.

Tornando a te. Per immagine, se tu fossi una seduta, saresti una sedia, una poltrona, uno sgabello, un divano o una sdraio?
Sarei una poltrona Frau.

Ti vedi più la sedia su cui gli altri possono sedere o alla ricerca della sedia su cui sederti?
Buona la prima.

Nella tua vita hai mai incontrato persone che son state per te una sedia?
Tutte le donne che ho amato.

Ci regali una sedia della tua vita? 
Ricordo sempre quando con la mia sedia a rotelle sono sbarcato alle Svalbard, scendendo da una nave da crociera. Un’emozione fortissima, pensare che nella mia vita potevo fare anche questo, lasciare nella polvere fredda di un’isola nei mari del Nord il segno dei miei copertoni. Indimenticabile.

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8 pensieri su “Intervista a Franco Bomprezzi

  1. Devo dire Franco che stavolta son costretto a dissentire sulla tua visione delle carrozzine superleggere.
    E' ovvio che ognuno di noi è un caso a se, e probabilmente la tua carrozzina deve essere come quella che hai, ma una carrozzina superleggera non è per palestrati, al contrario coloro che hanno difficoltà con le braccia se ne possono giovare molto.
    Io la tua carrozzina non ce la farei a caricarmela da solo, così come conosco un paio di tetraplegici che riescono ad essere autonomi solo grazie alla carrozzina più leggera al mondo, la Panthera X che pesa 4,3 kg in totale comprese le ruote.
    E poi la carrozzina leggera consuma meno le articolazioni, le spalle, i gomiti. Per quanto riguarda il ribaltamento c'è sempre la ruotina antiribaltamento, che può essere messa in posizione che non da alcun fastidio. E' il mio caso, io ho la ruotina antiribaltamento perché come te ho dato una craniata che ancora me la ricordo, però grazie a quella ho un baricentro avanzatissimo, e non c'è alcun pericolo che io possa cadere all'indietro, ma allo stesso tempo non mi da alcun fastidio nelle discese o nel fare gli scalini.

    Però ognuno di noi è a se, per cui probabilmente la tua carrozzina è proprio quella che hai, ma 2 kg di peso possono fare la differenza fra l'essere autonomi e dipendere da qualcuno.

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