Intervista a Rebecca Manson

Pezzi assemblati, deformazioni e danni, sedie. Gli ingredienti c’erano tutti per piacerci.

Dopo l’artista giapponese Kiraku Kubota, buttiamo di nuovo un occhio intorno al mondo con la statunitense Rebecca Manson.
Pragmatica proprio come ci si aspetta, la giovane artista non solo ci parla del suo lavoro, ma ci introduce nel suo ambiente con entusiasmo e naturalezza.

Rebecca, siediti e dicci: chi sei?
Il mio nome è Rebecca Manson, vivo e lavoro presso la California State University Long Beach, Dipartimento Ceramisti. Sono nata a New York nel marzo del 1989. Abito vicino alla spiaggia con tre gatti e il mio ragazzo, che lavora come regista. La mia parte preferita della giornata è quando torno a casa in bicicletta dal mio studio. Mi sono diplomata al Rhode Island School of Design, amo cucinare e mangiare.

Nel tuo lavoro che c’entrano sedie e sedute? Come mai hai a volte scelto le sedie come soggetto? 

Le sedute e le sedie allo studio del CSULB sono per lo più sgabelli. Ce ne sono alcuni piccoli fatti per far sedere le persone al tornio e poi ci sono gli sgabelli di misura standard. Raramente mi ritrovo a lavorare seduta, di solito lo faccio sul pavimento, concreto e polveroso. Gli sgabelli rappresentano lo strumento più importante nel mio studio, adoro usarli come superficie per lavorare e così ci appoggio una tavola di legno ed ecco un tavolo!

Quando ho iniziato a fare oggetti in ceramica ho imparato a fare vasellame. Spostandomi verso la scultura ho lavorato sull’idea di un vaso che contenesse il nostro corpo. L’assenza della figura umana che è implicita nella sedia mi affascina. Perché la sedia nasce per contenere una persona, ed usa la stessa terminologia della figura. Come me e te la sedia ha piedi, gambe, una seduta e una schiena. Usando la sedia come punto di partenza per certi lavori astratti ho provato a forgiare una stretta connessione tra l’opera e lo spettatore: la sedia è metafora del nostro corpo. Il motivo per cui uso la ceramica è per la sua capacità di mescolarsi, crettarsi e rompersi. Sia gli individui che la società spesso raggiungono il picco di creatività dopo un disastro, proprio per l’assoluta necessità di far di nuovo funziuonare le cose. Usando un materiale che può mescolarsi sotto ai miei occhi mi permette di fare strepitose scoperte.

Cosa ci racconti delle sedie che hai in casa? Sono pezzi di design o oggetti tradizionali?
Al momento ho risorse limitate, così per adesso ho per la maggior parte IKea. Se ne avessi le possibilità avrei un sacco di mobili in legno fatti a mano, sia contemporanei che antichi. A volte razzolo in mercatini dell’usato e sogno di collezionare mobilia (specialmente sedie). Per me i mobili sono ciò che per la maggior parte della gente sono gli abiti, forse. Il mio amico Henry Peake ha disegnato alcuni dei mobili che più amo al mondo. Possiedo diverse sue ceramiche, ma un giorno spero di potermi comprare una sua sedia a dondolo.

Se tu fossi una seduta, che cosa saresti? una sedia, una panchina, una poltrona, un divano, una sdraio di fronte al mare…
Sarei un sellino di bicicletta. A volte comodo, a volte no, ma sempre dispensatore di movimento e avventura.

Ora giochiamo con le metafore. Nelle relazioni ti senti una sedia confortevole o vuoi stare tu comodamente seduta?
In una relazione sana, si fa a turno ad esser sedia. O forse si è solo due sedie che stanno l’una di fronte all’altra.

C’è mai stato qualcuno che è stato una sedia per te, qualcuno che ti ha sostenuto?
Alex mi dà sempre supporto. Mia sorella è quel tipo di sedia che ti sistema la postura. Il mio amico Daniel è stato il mio primo amico a LA che mi ha dato proprio quel tipo di supporto che vorresti dalla tua sedia preferita.

Ci racconti una sedia della tua vita?
Nella casa in cui sono cresciuta c’era un enorme trono che mio padre aveva ereditato da suo padre. Sono cresciuta ascoltando racconti sulle sedie che servivano come elementi di scena nelle performance teatrali di mio padre negli anni 70 in Canada. Quando avevo circa sette anni i miei organizzarono una cena. Per qualche ragione decisi di nascondermi sotto una sedia e tagliai via un ciuffo di nappe che pendevano dalla seduta. Quando videro e si arrabbiarono io dissi che la colpa era dei figli dei loro amici che stavano alla festa. Confessai tutto questo circa 12 anni più tardi. La mia scultura “Throne” è ispirata a quella sedia e adesso sta nella casa dei miei, accanto all’originale. Dice: Mi spiace.

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2 pensieri su “Intervista a Rebecca Manson

  1. che bella la frase sui picchi di creatività dopo un
    disastro per la necessitá di far funzionare di nuovo le cose. Interessante davvero l'intervista. brave!

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