Melissa Cappelli, l’intervista

Come accennavo nel primo post di presentazione, con Melissa Cappelli ci siamo scritte e parlate al telefono, mai viste di persona. E’ schiva, si è un po’ forzata ad inviarmi una fotografia. Mi ha mandato questa, che trovo favolosa per introdurmi nel suo mondo.
Lei da anni compie una ricerca artistica in cui le sedie sono una costante che si è evoluta nel tempo, per forme e significati.
In questa intervista ci racconta un po’ la sua storia. Una cosa mi ha colpito molto: Melissa ha inteso il nostro incontro per ora solo virtuale come l’occasione per riflettere sulla propria attività e per fare il punto della situazione. Quando le persone ci fanno capire che il “gioco delle sedie” è anche utile, ci fa sempre piacere.

Siediti e dicci: Chi sei, che cosa fai? 

Che dire… sono sempre stata circondata dall’arte, Scuole d’Arte, Accademia, Specialistica in Arte dello Spettacolo. Ho sviluppato per più di dieci anni un percorso performativo e ora gestisco una piccola azienda agrituristica e fattoria didattica a conduzione famigliare a Longiano, nell’entroterra romagnolo: l’Azienda Agruturistica 26punto80.

Nel tuo campo professionale principale (l’agriturismo) le sedie, che c’entrano? Hanno una sfumatura speciale, un significato? Mi riferisco a due aspetti: il fatto che i tuoi lavori siano esposti e “sparsi” in azienda, ma anche alla sedia come oggetto banale e necessario alla convivialità. 
Le sedie c’entrano sempre, sono stati oggetti sempre presenti. Ho sedie dovunque: due sedie come comodini, ho sedie dove appoggiare libri, ho una sedia dove sistemo il tombolo, ho una sedia dove appoggio i ferri e tutti i gomitoli di lana, una per appoggiarci lo stereo, ho una sedia dove appoggio i vestiti tolti alla sera…
Quindi è normale che anche in agriturismo ci siano molte sedie. Non solo ai tavoli, ci sono sedie marroni ovunque, agli angoli della stanza con i cuscini, lungo le pareti dove i clienti appoggiano le borse e i cappotti o dove i bimbi sistemano i loro giochi. 

L’atmosfera in azienda è molto rarefatta, le due sale sono molto piccole e qui il tempo è più lento, grazie anche alla comodità delle sedie, o almeno è quello che vorremmo si percepisse. 
In principio in agriturismo ho sistemato le mie “sedie artistiche” per esigenza, mi servivano per riempire spazi vuoti o come appoggo al piano del bar, dove la gente si ferma ad aspettare; poi è diventato un gioco vedere le diverse reazioni delle persone, i dibattiti che suscitavano, le domande e come molti provavano a sedersi. I bambini che sono del tutto a loro agio, anzi fra tutte scelgono proprio di sedersi lì.

Nella tua ricerca artistica la sedia è centrale. Ricordi com’è nata la tua prima sedia? Ci racconti  il tuo percorso in breve? Poi magari prepariamo insieme un post specifico…
Il mio primo tentativo di sedia è nato durante il corso di decorazione, avevo creato una sorta di crociffisione: avevo ricoperto con una tela ammuffita, precedentemente preparata con aniline, gesso e umidità, una sedia, un tavolo e uno sgabello per il campeggio sistemati sopra ad un tappeto con stampato una figura di un Cristo e sedute sopra due compagne di corso – complici a interpretare i due ladroni. Ora ha pensarci bene ero un po’ invasata!
Il primo vero lavoro invece è stata l’opera conclusiva di tesi all’Accademia. Era una performance di creazione di un essere umano da una poltrona, un ipotetico inventore-creatore, cuciva e ricuciva ricamando le parti di un corpo su una poltrona e con un colpo di rossetto donava il primo soffio di vita a questo immaginario Frankenstein. Appunto l’opera si chiamava FRANKEstina, era il 2001.

La sedia è stata al centro di molte performance come ARREDAmenti, Domino o Cluedo. Tutte performance in cui cercavamo di abitare-disturbare l’ambiente in cui eravamo. In ARREDAmenti avevamo ricostruito negli spazi al chiuso una sorta di giardino e negli spazi all’aperto avevamo ricostruito diverse tipologie di stanze come salotti, cucine e sale da pranzo. In Domino usavamo le sedie come pedine del gioco. In Cluedo avevamo ricostruito all’interno di un locale il gioco da tavolo: il pavimento era cosparso di fogli con disegnati vari indizi e la scena del “finto misfatto”.

Sono seguite poi molte sedie…
Credo che la mia ricerca intorno alle sedie continuerà ad evolversi nel tempo, parallelamente ad altri percorsi artistici, visto che è proprio nella costruzione di sedie che riesco a unire molte delle mie ricerche.
Ancora non mi sono chiesta dove tutto questo andrà a finire, credo che non mi importi, mi piace lavorare sul presente sfruttandolo il più possibile.

Osservando le tue sedie ho notato l’uso di materiali tessili. Come nasce questa scelta? Ci descrivi i procedimenti tecnici che hai usato sul tessile?
Sono sempre stata circondata da stoffe, fili e bottoni, mia madre è artigiana nel settore abbigliamento e cucire a macchina o a mano è sempre stato normale. Crescendo poi mi sono avvicinata a tutti quei lavori manuali come la maglia, l’uncinetto e il ricamo.

Mi piace questo modo di lavorare perché è lento, riflessivo e ha bisogno di un tempo più lungo nell’esecuzione. Inoltre colleziono, conservo e catalogo tutti i tipi diversi di stoffa, bottoni, filati, passamanieria e bordi che poi utilizzo taglio, ricucio, mescolo, applico, ricamo e riuso. 

La sedia della libreria Cartamarea di Cesenatico, una delle ultime nate, prevede elementi che si staccano, che escono dalla protezione della sedia e vanno ad interagire tanto con il pubblico. E’ una sedia fortemente narrativa e interattiva. 

Si chiama MareaindipenDENTE e rappresenta il bisogno che sento ora, quello di raccontare una storia. Ora ho bisogno di creare sedie che non siano solo sedie, ma che diventino libro e come un libro interagiscono con la persona che lo legge. Ho bisogno di costruire un racconto che rappresenti lo spazio e soprattutto le
persone che ha attorno, in questo caso dovendo essere collocata in una libreria per ragazzi, ho pensato fosse la soluzione più giusta.

Parliamo del tuo progetto di aprire l’agriturismo ad esposizioni di giovani artisti. Lo vedo come l’unione di convivialità e ricerca artistica, è un bell’esempio di apertura. Ci parli di cosa fino ad ora è stato organizzato e di cosa hai in programma?
L’idea di partenza è quella di costruire uno spazio di confronto, uno spazio dove si possano costruire dialoghi e unire gli intenti, vorrei creare laboratori di incisione, mosaico, ceramica e raku, attrezzati e aperti tutti i giorni, creare un luogo di esposizioni.
Da quando abbiamo aperto l’agriturismo, poco più di un anno fa, abbiamo già organizzato una mostra di una artista bravissima, Giorgia Severi, la scorsa estate. Qualche settimana fa abbiamo inaugurato la mostra di Alessandra Palestini, mentre l’inverno scorso abbiamo indetto un concorso di creazione libera sullo spaventapasseri, terminato con una mostra e un vincitore decretato dalla votazione dei visitatori. Ora stiamo organizzando il secondo concorso di creazione libera, sul nido.

Tu su che sedia lavori quando lavori sulle sedie? Ci fai entrare nel tuo processo creativo?
Lavoro sempre su sedie che gli altri buttano via; cerco fra tutte quelle che raccolgo e conservo sparse per casa, quella che esprime l’idea che voglio rappresentare in quel preciso momento. Ne studio la forma, mi faccio influenzare dalla struttura, poi in laboratorio stampo su stoffa alcune lastre di rame su cui precedentemente ho disegnato con una punta (stampa calcografica). I giorni seguenti ricamo diverse parti di queste stoffe, aggiungendo altre parti di stoffa, perle, bottoni, pizzi o bordi, poi con ferri e uncinetto creo pezzi di maglie di misure e colori diversi, infine costruisco altri pezzettini di ricamo con il tombolo o piccoli telai intrecciando fili.
Poi incomincio con dipingere alcune parti della sedia e a ricoprirla, infine costruisco forme che vengono applicate, tutto è rigorosamente cucito a mano con aghi piccoli o con quelli curvi per materassi.
Parte del lavoro viene fatto in piedi al torchio, mentre la parte del lavoro di costruzione dei pezzi è eseguito comodamente seduta sul divano, anche perché ricamare e fare a maglia mi impegna molto tempo, e sul divano riesco a distribuirmi tutto il lavoro, mentre quando lavoro direttamente sulla sedia lavoro spesso a terra.

In casa che sedie hai? Convivi con sedie del passato, oggetti fisici della memoria familiare? 
In casa abbiamo diverse sedie, oltre a quelle che raccolgo in giro, ho quelle che mi portano vicini e amici, sapendo di questa mia passione. Spesso le compro per motivi lavorativi, ho sedie di legno artigianali in cucina, o quelle da “pescatore” sparse qua e la, ho sedie anni cinquanta in ferro in giardino, ho vecchie sedie buttate vie durante un restauro di una piccola chiesa vicino a casa, ho sgabelli di legno, sedie pieghevoli di legno, ho sedie degli anni sessanta, poltroncine regalatemi dalla vicina, sedie verdi comprate al mercatino, sgabelli pieghevoli, una vecchia sedia distrutta degli anni quaranta trovata durante una performance, ecc..

Hai mai riflettuto sulle sedie di design? Ti comunicano qualcosa?
Amo molto il design, leggo e colleziono molte riviste in proposito, anche perché oggi credo che sia la forma artistica che meglio esprime la capacità di costruire al puro esercizio di fantasia. Ci sono desinger che amo particolarmente: Nicholas Von der Borch & Jeff Fisher o Ari Philainen, Linda Bergroth, Martin Azùa e Gerard Moolinè, Carlo Bach, Tokujin Yoshioka, Fratelli Campana o Weisshaar\Kram o il gruppo Front o le opere di Doris Salcedo.
Ma anche le rassicuranti sedie dei grandi classici come la sedia a sbalzo di Mies Van Der Rohe, o la poltrona Wassily di Marcel Breuer o quelle di Alvar Aalto…

Tornando a te. Per immagine, se tu fossi una seduta, saresti una sedia, una poltrona, uno sgabello, un divano o una sdraio?
Non mi è mai capitato di paragonarmi ad una sedia, ma se dovessi immaginarmi, forse sarei uno sgabello, quelli di legno, tipo quelli che si usavano in Accademia, con la fessura sulla seduta per la mano: li puoi portare dovunque, ci stai seduto ma non troppo comodo, devi sempre stare allerta, e con la schiena un po’ dritta! Non ti ci puoi rilassare troppo sopra, potresti cadere.

E ti è mai capitato di paragonare le persone della vita reale alle sedie?
Sinceramente no, devo ammettere che sono molto più attenta agli oggetti che alle persone che mi stanno intorno.

Ti vedi più la sedia su cui gli altri possono sedere o alla ricerca della sedia su cui sederti?
Ne l’uno ne l’altro…almeno così spero.

Nella tua vita hai mai incontrato persone che son state per te una sedia?
Ho incontrato persone che mi hanno cambiato, chi in positivo e chi in negativo, ma non vedo le persone come luoghi in cui io possa sostare. Ultimamente mi sono ritrovata molto solitaria e stare con le persone diventa sempre più difficile e impegnativo, diversamente è molto più facile per me stare immobile su una sedia. Quindi non vorrei essere una sedia per nessuno, tanto meno vedere gli altri come tali.

In quale delle tue opere ti senti meglio rappresentata oggi?
Credo nella sedia che devo ancora costruire, mi piace molto la fase di progettazione, è il momento di maggiore creazione di idee. Comunque, se dovessi scegliere una sedia fra quelle già fatte, penso che ora possa essere FRANKEstina, la prima che ho creato, perché rappresenta l’inizio, il momento in cui si lavorava liberamente spinti solo dalla necessità, mentre poi subentra spesso l’esercizio del fare. E’ una sedia-poltrona che vuole raccontare…

Non c’è bisogno di chiosare quest’intervista per capire quanti punti abbiamo in contatto con Melissa, vero?
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Un pensiero su “Melissa Cappelli, l’intervista

  1. Ecco, leggendo l'intervista pensavo giusto ad un tipo di seduta per descrivere me stessa e mi veniva in mente una poltrona dalle apparenze morbide ma in realtà molto scomoda, e mi ritrovo in questa sua descrizione…..”Non mi è mai capitato di paragonarmi ad una sedia, ma se dovessi immaginarmi, forse sarei uno sgabello, quelli di legno, tipo quelli che si usavano in Accademia, con la fessura sulla seduta per la mano: li puoi portare dovunque, ci stai seduto ma non troppo comodo, devi sempre stare allerta, e con la schiena un po' dritta! Non ti ci puoi rilassare troppo sopra, potresti cadere.”
    Complimenti a Melissa, sia le sedie che le performance sono molto belle ed interessanti, e la sua prima sedia, FRANKEstina, ha un che di doloroso e inspiegabilmente familiare allo stesso tempo…

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