Si chiama Zafu, dice

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Eccolo qua. Questo è un cuscino da meditazione. Non ne avevo mai visto uno e non l’avevo mai sentito nominare. Il bello di questo gioco è tutto questo trovare e questo ce lo ha raccontato una gran bella persona. Medito. Questa volta io e la socia ci troviamo a doverci dividere la seduta, che quello zafu piace tanto ad entrambe e non ci riesce afferrarlo. Gli giriamo intorno, ne parliamo da tempo. Lo vorrei io, lo vuole lei.
Lei, dice, ha questa sediolina occidentale, la posa qua, la sposta là, la caccia via e prova a sedersi per terra. Da lì, fa passare del tempo e osserva. Io al momento invece tempo non ne ho, sto troppo sulle sedie ribaltabili dell’aula 202 o sui sedili da pendolare, e così faccio lavorare lei, poi le rubo il posto e cerco di accoccolarmi nel suo spazio. E invece di meditare me la immagino, con l’occhio al cielo, titubante, un fumetto sulla testa con dentro scritto Che poi cosa medita un monaco zen, per di più bolognese di nascita e poliedrico per vocazione, giuro non ho avuto il coraggio di chiederglielo. Eh già, perché vorrei mi raccontasse di più, la socia, e invece confessa Intendo che non ho avuto il coraggio di chiederglielo per iscritto e per virtuale, che di persona hai voglia se mi farei raccontare. Ma non lo ha fatto e mi lascia andare delle inafferrabili e filosofiche volute, come segnali di fumo filiformi che si disperdono e mi confondono. Eh già, perché io su quello zafu non so sedermici, io. Troppo elegante, quella pagnotta. E non a caso mi vien questo accostamento. Che la socia mi parla di zafu e io invece penso alla pastamadre. Tuttattaccata, tutta d’un fiato. Che per due giorni ho impastato e canticchiato e tutto è nato da quello zafu. Io assente, ho lasciato la socia appassionata a tratteggiare i caratteri distintivi di uno Zafu. Mi ha detto Vorrei farlo così, in modo leggero e veloce e superficiale come la rete, cercandone tracce virtuali – e uno Zafu poliedrico bisogna dire che di tracce ne lascia. Ma è un macello, mi spiega, le tracce sono ingarbugliate e io, in un post, vorrei limitarmi ad un filo (rosso? bordeaux? nero? ha un colore di preferenza lo zafu?) e produrre un testo breve, in cui si capisca l’essenza pubblica di uno Zafu. La socia mi si fustiga Megalomane che sono. Megalomane, hobbista e superficiale! E io la capisco questa difficoltà. E la socia spiega Succede che passino i giorni e lo Zafu depisti! Lascia tracce sonore e parole, ad esempio, ma inconsuete rispetto a ciò che ci si aspetterebbe da uno Zafu. Eh eh cara socia, se lui ti sentisse mi vien da pensare che ti direbbe Mai aspettarsi qualcosa! Ma non dico nulla e ascolto, perché la sento che ha da dirmene e sono curiosa, io che mi limito a condividere video, ascoltare canzoni, piacciarle e portarmele via, canticchiarle pensando ad un uomo in camicia fantasia, occhiali meravigliati e parole a garganella. Io non l’avrei mai scoperta, tutta questa meraviglia! Lascia anche tracce grafiche, lo Zafu e qui sì, la socia non resiste e chiede. E che risposta che riceve! Mi dice di opere, esposizioni internazionali e immagino successo, fama, critica e saloni e poi, a sorpresa, un gesto forte e distruttore, per ricominciare da capo.
La socia ha l’occhio al cielo, persa nelle domande e nella curiosità.
Chissà cos’è successo in quel 1984 per richiedere un gesto così forte.
Io la conosco, un poco, ormai.
Questo glielo domanderà di sicuro allo Zafu, prima o poi. Ma di persona. Sorridendo. E sicuramente non lo racconterà. Quel che può raccontare lo abbiamo acconciato per metterlo qui prossimamente.

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