Le sedie di Giovanni Angelo Jonvalli

A San Salvi abbiamo raccolto sedie in diretta e non solo. Qualcuno dei presenti, che al momento era interessato ad assistere a tutti gli eventi che si susseguivano, ci ha promesso che avrebbe trovato il modo di raccontarci le sue sedie. Per qualcuno forse era una scusa garbata, per Giovanni Angelo Jonvalli invece no. La sua opera la potete vedere qui ma ultimamente sta coltivando passioni diverse e così ha lasciato da parte la macchina fotografica per dare forma ad un altro sogno. E’ tutto in lavorazione e valutazione, perciò non aggiungiamo altro e incrociamo le gamb.. le dita per lui! Che di successi e realizzazioni se ne intende, in passato lo avevamo già tumblerato per questa sua foto meravigliosa

immagine da qui

Per l’occasione ce ne ha regalata un’altra tratta dalla sua monografia Metallogica, pubblicata nel 1993.

E poi ci ha mandato questo.

La prima sedia di cui ho memoria è l’abbraccio di mia mamma, il suo odore, le ciglia a farmi il solletico leggere sulla guancia in un pomeriggio silenzioso. In cucina un tavolo di formica con le gambe d’acciaio, le sedie che lo accompagnano sono tubi cromati di astronave che salgono verso il cielo, visti dal basso dei miei giochi infantili. È una prospettiva che non ho più abbandonato e che mostrava, anche allora, i lati nascosti delle cose, il legno sotto le cromature, i bulloni dietro l’incastro. La consapevolezza di un retro accompagna lo sguardo bambino che si infila sotto i comò, osserva la schiena degli armadi e distingue il mobile curato anche nelle parti che nessuno dovrebbe vedere mai da quello che invece cela un’anima gretta di truciolare. A casa di mia nonna le sedie sono coperte di cellophane spesso, trasparente, conservano la propria bellezza in attesa di un futuro degno di loro, ma sono delle illuse e finiranno nel cassonetto senza che qualcuno ne abbia sfiorato la stoffa nuda, facendo correre un brivido lungo le gambe affusolate. Seduto sulla plastica scivolosa ad aspettare che il pallino bianco del cinescopio si allarghi in una immagine intelligibile allungo lo sguardo a scatole di gianduiotti lasciare a invecchiare, conservate per gli ospiti. Quando in un lampo di sconsideratezza me ne si offre uno, sotto l’incarto la pelle di cioccolato è coperta da una patina bianca. Ma accade raramente. Assai più spesso qualcuno mi ficca in bocca a tradimento una caramella ambrosoli, perché il miele fa bene ed io son troppo magro. Dev’esser vero perché sotto le mele secche la maggior parte delle sedie son scomode, persino le poltroncine di legno del cinema, di cui ammiro il contegno nel ritirsi per lasciar libero il passo. Fa eccezione una poltrona enorme nel salotto della casa di campagna, dove passiamo l’estate. Ha orecchie grandi che nascondono alla vista e per zampe una geometria di tortiglioni scuri sotto cui è impossibile infilarsi. In agosto fa un caldo infernale di cicale, pinoli schiacciati e pomeriggi persi a vagabondare nei prati e per sentieri ombrosi di canne e terra scura, ma il velluto color senape di quella poltrona conserva il calore delle cose che han passato al freddo e al buio tutto l’inverno e regala una freschezza umida di rugiada e di odore di muffa, in quell’ora concessa davanti alla tv prima del telegiornale. C’è un’altra sedia che amo, in quella casa. È una sedia di legno, la seduta circolare fasciata con cura, sullo schienale e sulla seduta, a rilievo, un disegno che il tempo ha confuso nella mia memoria, forse un giglio. Qualcuno l’ha dipinta di rosso e, siccome è vecchia, è stata relegata sotto la finestra, a far da appoggio per il cesto dei panni quando si carica o si scarica la lavatrice o per la spesa se si è chiamati a sciacquarsi le mani al lavello da una esigenza improvvisa. Talvolta viene spostata per far da sgabello e raggiungere un barattolo riparato nei piani più alti della cucina, ma quasi nessuno ci si siede più. Scricchiola molto, parla la lingua del legno ad ogni movimento e forse questo spaventa i grandi facendoli temere un cedimento, che non avverrà. Quando posso approfitto di quella prospettiva esclusiva senza farmi intimorire dagli strofinacci umidi lasciati perennemente appesi ad asciugare sullo schienale. La sedia squittisce, anche, quando diviene improvvisato gradino alla mia fuga dal davanzale, perché uscire dalla porta è più lungo ma soprattutto meno divertente. Dopo di allora e per molti anni è stata sedia un gradino, un muretto, l’uscio di un portone, sedie altrui su cui accomodarsi per un’ora o un giorno, senza mai lasciarsi andare a comodità sconvenienti, oppure sedie rubate, trovate, affittate. Oggi riposo su una sedia di plastica godendo il respiro del gelsomino, in terrazza. Domani, non so.

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3 pensieri su “Le sedie di Giovanni Angelo Jonvalli

  1. Ma che delicatezza, che poesia questo Jonvalli! Grazie per questo immaginifico tuffo nei ricordi d'infanzia. Mi sono sbirciata pure il suto, chè non l'avevo mai visto!

  2. Ricordo tu che racconti questi ricordi…e le sedie con la plastica di mia nonna…idem

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