Intervista a Valerio M.Visintin

ph. Mourad Balti Touati

Valerio M.Visintin, giornalista e autore, alle presentazioni dei libri ci va così, mascherato; i motivi sono ben argomentati qui.

Imperdibile il suo blog Mangiare a Milano, lo spazio dedicato alla ristorazione dal Corriere della Sera on line.
I milanesi certamente lo conoscono bene, tutti gli altri rimedino e vadano subito a sfogliare a ritroso i post. Vi troveranno non solo recensioni gastronomiche, ma angoli di paesaggio urbano, la Milano vorrei-ma-non-posso e quella volenterosa-ma-non-basta. E inoltre realismo e ironia vera – oggi così rara – quella data dallo sguardo apparentemente distaccato e dall’affetto un po’ dolente verso l’oggetto d’attenzione; il tutto tradotto con penna pungente, senza indulgere nell’inutile e tossico sarcasmo.
La stessa ironia che ci ha regalato nell’intervista che segue.
Si sieda e ci dica: Chi è, che cosa fa? Un piccolo autoritratto per i lettori che non sono di Milano.Mi chiamo Valerio Massimo Visintin e faccio il cronista gastronomico. Ciò significa che la mia vita entra ed esce dai ristoranti senza sosta, come se si fosse incastrata in una porta girevole. Oggi come oggi, scrivo sulle pagine del Tempo Libero del Corriere della Sera e su quelle di ViviMilano. Ma ho cominciato a recensire sale e cucine per lo stesso Corriere e per un numero infinito di riviste 22 anni fa.

La immagino seduto al ristorante, in incognito, mentre valuta ambiente, servizio e cibo. Leggendola noto che le succede anche di osservare le sedie di un locale. Capitano spesso le distonie tra la pretesa dell’arredatore e l’inadeguatezza del menù?È assai difficile che vi sia sintonia tra le partiture di un ristorante. L’arredo, in particolare, è quasi sempre un solista anarchico e cocciuto, perché le ambizioni di architetti e arredatori sono cieche e sorde quanto quelle di chef e osti. Naturalmente, vi sono delle salutari eccezioni. Ma in generale si replicano senza remissione problemi di acustica, difetti di illuminazione e scomodità assortite. Quanto alle sedie, capita spesso che non siano della medesima taglia dei tavoli, con effetti paradossali: avventori con la testa che affiora appena da sopra la tovaglia o costretti a piegarsi in due come una lavandaia per potersi nutrire. Ultimamente, poi, mi sono imbattuto spesso nelle sediole costrittive di un noto marchio. Sono dure di legno e piccole come francobolli. Quando ci si alza, a fine cena, il sollievo è tale che si pagherebbe qualsiasi conto.

Quando va al ristorante con amici, oppure ad una cena, riesce ad abbandonare il suo lato critico, riesce ad abbandonarsi? a sentirsi davvero comodo e rilassato seduto ad un tavolo?Il lavoro forse ci nobilita. Certamente ci plagia. Un quarto di secolo nei panni del critico non si cancella. Nemmeno per una sera. L’unico ristorante dove mi trovo fuori servizio è una paillote sulla spiaggia a nord della Corsica. Sazio di tutto, guardo beatamente il mare e mi nutro soltanto di “fromage et frites”.

La immaginiamo anche recensire. Qual è la sua tipica seduta da lavoro? Esiste ancora “la redazione” tradizionale oppure lavora da casa?Nel mio studiolo, buio e torvo come un vicolo, ho una poltrona a rotelle di pelle nera. È supermolleggiata. Ed è la sola che riesca a sopportarmi quando scrivo e, nel farlo, mi contraggo, saltello, fremo senza sosta.
La redazione, invece, è ormai un’entità astratta che mi parla attraverso il telefono o la posta elettronica. Sono quel che si dice un “free lance”. Espressione pregna di involontaria ironia, dato che il mio lavoro mi tiene in ostaggio permanente.

E quando si dedica alla scrittura diciamo più impegnata, le condizioni sono le stesse? ha dei riti che favoriscono la scrittura?Qui, rispondo citando me stesso. «La scrittura o è uno sport estremo o è burocrazia. Lessi da qualche parte che Mimmo Rea, declamando pubblicamente i suoi racconti, si arrestava stupito e invaghito di se stesso: “Gesù”, diceva, “davvero le ho scritte io queste parole?”. Quando l’esito dei miei sforzi non mi scavalca, è segno che devo ricominciare da capo.
Per giungere alla meta, ho un mio cerimoniale. Prima di tutto non bevo alcolici in prossimità di un testo importante. E neppure tocco cibo o abbraccio Caterina troppo stretta. Se l’estro non mi arride, caccio la testa in un vecchio cappello nero, deputato a quell’unica funzione. Se non basta, tacito i telefoni, inforco gli occhiali da vista, incendio la stanza con tutte le luci che possiede, compreso un faro da cantiere dimenticato anni fa dall’imbianchino.

In casa, che sedie ha? E perché? Vessati da cronica indigenza, io e mia moglie abbiamo arredato il nostro appartamento con mobili di recupero. La maggior parte dei quali, proviene dalle case dei miei genitori. Anche per questo, in futuro, vorrei la poltrona di cui parla H. G. Wells ne “La macchina del tempo”. Potrei tornare indietro di venticinque anni per ringraziare mia madre e mio padre di tutto, sedie comprese.

Tornando a lei e giocando con le metafore, se lei fosse una seduta, sarebbe una sedia, una poltrona, uno sgabello, un divano o una sdraio? Sono un uomo volubile e inquieto. Talvolta, mi vedo come una comoda poltrona da studio notarile. Altre volte mi sento come un tappeto di chiodi.

Continuando a giocare, si vede più la sedia su cui gli altri possono sedere o alla ricerca della sedia su cui sedersi? Farei sedere qualcuno su di me, solo per il gusto di disarcionarlo. Ma non cerco nemmeno sedie da cavalcare. Temo di aver contratto negli anni il complesso del cavaliere solitario.

Nella sua vita ha mai incontrato persone che son state per lei una sedia?L’uomo-sedia non fa per me. Diffido istintivamente delle persone servili. Ne ho conosciute molte e le ho tenute alla larga. Piuttosto, preferisco di gran lunga restare in piedi.

Ci regala una sedia della sua vita?Due sediole di plastica bianca sulle quali batte il sole di luglio soltanto per me e per Caterina. Ci siediamo appoggiando i talloni su un muretto di pietra. Leggiamo in silenzio sbirciando il mare della Corsica che va e che torna per sentirsi ripetere ancora quanto gli vogliamo bene.

Le ho cercate nel tumblr due semplici sedie e un muretto davanti al mare. Non le ho trovate, ma ho trovato quest’altra sedia, sempre in plastica e bianca, la si vede laggiù in fondo. In questa ruvida trattoria padana non servono “fromage et frites”, ma “salva e peperoni in tiga”. Non è la stessa cosa, ma sono quasi certa che il Sig. Visintin potrebbe apprezzare.

trattoria lombarda di paese, ph. di Marco Cornelli da qui

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