Diventare grandi

Un gran numero di sedie in quegli anni, eppure L. si ricordava soprattutto di quel divano letto. 
Erano studiate, ergonomiche, il meglio sul mercato, ma lei non vedeva l’ora di tornare da quell’orribile coso fiorato. Lo odiava, anche, perché era scomodissimo.
Era morbido, così sembrava, ma non c’era verso di fare una notte tranquilla. Non era un letto vero ed anche come divano era un disastro. Un ibrido sottocosto, come lei.
Le voci dei viados. La luce del lampione che entrava dalla persiana sbilenca. La tosse del vicino. I fantasmi viventi con cui lavorava. Erano morti e non lo sapevano, l’aveva capito e temeva di diventare come loro. Reggere questo era diventare grandi
Teneva la luce spenta, quel lampione illuminava tutto a giorno. Una candela dozzinale sfiammellava sulla mensola, la tv con il volume al minimo, di nuovo una lite là fuori.
Si aggrappava al Nokia e aspettava. Il messaggio arrivava, sempre, ed era necessario.  
Anche quel divano era necessario, quei fiori, quel monolocale, quella città, quelle voci, la luce filtrata, il vicino decrepito e tutti quei maledetti fantasmi.
L non è diventata un fantasma. Ha un divano enorme e un letto, oggi.
Ora la luce è quella del pc, rumori di ventola, macchine e tram e un leggero russare. L. è tentata di dormire sul divano, questo è comodo davvero. 
Il messaggio stasera è già arrivato, in altra forma ma necessario come allora. I vivi non si perdono di vista.
Torna a letto placata, non è più un ibrido. 
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7 pensieri su “Diventare grandi

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