Questioni di definizione

Non è semplice spiegare measachair, c’è subito in agguato l’effetto giro-vedoggente-facciocose. 
In realtà quella fumosità propria del caso morettiano è sfatata all’istante non appena i nostri interlocutori fanno mente locale. Perché ci parli e li vedi che PLIN! A un tratto deve essergli affiorata una sedia perché gli son brillati gli occhi e sorridono e partecipano! Quindi non è semplice spiegarlo, ma evidentemente è possibile e ci si sta anche riuscendo. Forse non siamo state brave a spiegarlo qui dentro e così qualcuno ancora ci chiede timidamente Sì, ma di che si parla? 
Proviamo a spiegarlo qui come quando ne parliamo a voce? Proviamo.
E’ un progetto in costante evoluzione composto da diversi ingredienti in proporzione variabile: handmade, parole, storie. Come è evidente dalle interviste, quando si parla di sedie la memoria fa da padrona. Ma dato che lasciare tutto campato in aria non ci dava soddisfazione, non ci bastava un’astrazione, ci abbiamo messo di mezzo il fare, che con i piedi per terra e le mani sporche sentiamo di avere più senso. 
Ecco, alcuni degli oggetti measachair – che dunque, anche, si tocca! – esprimono questo: il tempo, la memoria delle cose e delle mani che intervengono e modificano. Tecnica e fantasia. E spesso, di nuovo, parole e storie a sovrapporsi, come in un dialogo animato. 
Un po’ come nelle tavole de Ladoratrice, dove i materiali sono quasi sempre di recupero: hanno superfici grezze, sono stati altro, ora raccontano storie di sedie, che lasciano ulteriori solchi ma anche tracce preziose. E dentro ci finiscono la conoscenza, il sapere, il ricordo, il passato ma anche qualche meno romantica parolaccia dovuta a una martellata su un dito o a qualche imprevisto che trasforma la creatura in corso d’opera.  
Ecco, ora si pone un’altra questione lessicale.
“Tavole” si è deciso che sono le sedie pop di Isabella
“Dipinti” fa ridere e imbarazza Ladoratrice. L’autrice che sa le traversie scuote la testa e sorride, posson forse esser presi sul serio i balocchi di una scraniata che mentre scrive una poesia sbrodola e smadonna? Son trojai! E allora si prova, a cambiargli nome, ma sarà che in quel trojai c’é un grande affetto, non ci riesce.
La verità è che tra di noi continuiamo a chiamarli trojai. Che per noi non è dispregiativo e ci vengono anche le stelline negli occhi, perché traduce bene lo spirito ironico del riuso, quello di cui si parlava qui.
Scommettiamo che in nessun evento del Fuori Salone saranno presenti dei Trojai Ecoseat? 

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