Le sedie ostili.

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Dopo una vita con tante sedie di legno, imbottite, cromate, usuali, le regalarono un paio di sedie di design. Di plastica, trasparenti, uno shock esteticoemotivo. Facevano il paio, come i gendarmi di Pinocchio. A guardarli, quei due cosi estranei, eran perfetti. Impeccabili. Abbaglianti, al primo colpo d’occhio. Una roba strabiliante, da vederci attraverso, che in buonafede le fece pensare “Uh, la limpidezza.”. Decise di piazzarle proprio nell’ingresso di casa, dando loro così tanta importanza da desiderare che chi entrava vedesse quelle meraviglie per prima cosa. Certo erano una cosa strana rispetto al solito, che cose simili non le aveva mai viste prima e non era abituata. Avvezza ad altro calore, altre abitudini. Ci volle tempo per dar ragione a quel primo impatto. Capire che non poteva esser libera, rischiava di scalfirle. Questo significava rovinarle, imbruttirle e renderle inutilizzabili all’istante. Un graffio, una scalfittura su una Thonet regalano sapore d’antico, rievocano inciampi, storie, passato, ricordi. Un graffio su una sedia Kartell, si rese conto, è soltanto imperfezione. Iniziò a notare che le era impossibile esser comoda, rilassarsi, con quei due cosi. Non eran sedie, erano altro. Una sedia di design non le serviva in quanto sedia, era un’astrazione, non poteva buttarci sopra la borsa se rientrava stanca, non ci poteva appoggiare il giaccone, le chiavi, la spesa. Si sentiva sempre costretta a pensare cosa fare. Dover per forza essere all’erta e adeguarsi. Quella trasparenza sempre uguale e mantenuta al costo di non sfiorarle mai, non usarle, iniziò ad apparirle come una assenza di nocciolo. Nessun tarlo nascosto ma solo perché non c’è niente di vivo da rosicare, nella plastica. Quell’apparenza sempre figa, ma vetrina al tatto, le ricordava quelle persone il cui sorriso non arriva mai agli occhi. Polimeri. Le capitava di sedersi altrove e poi guardarle, magari dal divano morbido. Le valutava. Fanno tendenza, sono oggetti costosi, hanno un logo, stan bene ovunque anche dove non si incastrano nell’ambiente. Non sapeva quanto tutto questo fosse positivo. Restavano due oggetti estranei. Come se fossero sempre un po’ sopra, o un po’ meglio del resto della casa. Ne soppesava i difetti. Non legano. Non si amalgamano. Le lasciava lì, aspettando di prendere una decisione. In fondo erano comode per altri versi. Non serviva neanche averne troppa cura, bastava lasciarle dove erano e passarci appena una carezza veloce di piumino, superficiale, leggera. Niente cera, antitarlo, panno di lana, tappezziere. La distanza, la miglior cosa. Una volta capito che lo starci sopra le faceva anche venir male al culo, aveva optato per un intermediario, un cuscinetto, un ammortizzatore. Ma sciupava il belvedere e così non le restava che tenerle là per bellezza, eliminarne i pelucchi e prendersi i complimenti di chi entrando lodava quella bellezza algida. Ma con il tempo l’inginocchiarsi a togliere i lanicci dai feltrini divenne noioso, la schiavitù dell’inutile cominciò a pesarle. Meditò a lungo sul da farsi, rimandando la decisione. Procrastinò, fin quando non trovò più un solo aspetto positivo a quelle due presenze inutili. Regalò quei due cosi e liberò l’ingresso. In quello spazio decise di mettere quel che volta volta più le poteva far comodo o allegria. Fosse una poltrona per sedersi appena rientrata e togliersi le scarpe o un trespolo con una bella felce viva a riempirle gli occhi. Che chi entrava vedesse subito qualcosa di concreto e si sentisse accolto, non respinto.

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4 pensieri su “Le sedie ostili.

  1. Ma quelle sono le mie sedie, cioè, quella che sogno.
    Lo dicevo che il design è per lo più costoso e “inutile” ma di certo è bellissimo da vedere. E da tenere “solo per sè”, in alcuni casi.
    Se mai me la comprerò, la metterò in camera da letto, perfetta con il mio tavolo antico, e ci farò un cuscino morbido a tricot! :-))

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