Questioni di famiglia

Fotografia di Roberto Oliva, da qui

Questa è una storia di famiglia.
Roberto non poteva immaginarlo quando ha scattato. Ma è lei, sono loro. Non resisto.

A sinistra, lui. Vecchio, imponente, liso. Pallido da far preoccupare.
Ha basato tutta la sua vita sullo status di benestante e su un rapporto di lavoro di tipo “fiduciario”, come gli piace ancora dire, ricordando i bei tempi. Strano, gli uomini di una certa età utilizzano spesso quella parola in ambito professionale. Si tratta per lo più di una fiducia legata alla consuetudine, alla routine e al buon nome, quando non esplicitamente determinata dal do ut des; nulla a che vedere con la qualità del lavoro, i processi di selezione seri e nemmeno con la competitività economica. Nessuno della mia generazione potrà mai pronunciare l’aggettivo “fiduciario” in quel senso, credo. Ci sono ancora le cordate, gli amici di e le mafie, certo, ma si è persa quella sfumatura rilassata ammantata di perbenismo.

Da lui, alle sue spalle, parte un arco di congiunzione. Si arriva a lei. L’erede al trono.
Solare, all’apparenza. Formosa. E vecchia, di quel vecchio che non corrisponde all’età anagrafica ma allo stile fuori dal tempo e posticcio. Perché intendiamoci, amo i vecchi, ma i giovani vecchi no. Non li amo perché sono dei falsi, l’oggetto “in stile” non l’ho mai apprezzato.
Il passaggio generazionale è ancora da compiersi, è un’incognita. Lei sorride, fa quello che le dicono. Mi domando se ha delle opinioni, se ha mai scelto qualcosa nella sua vita, che ne so, la consistenza dell’imbottitura, il colore. E’ tutta così accesa, così garrula, ma ha gli occhi tristi. Forse sarebbe bastato un sereno carta da zucchero o un cuscino fantasia. O magari era tipa da optical. Animalier no, non ce la vedo. Però.

La giovane vecchia non potrebbe essere diversa da sua madre. Le vedete, vicine, come si somigliano? La stazza no, ma lo stile, l’imbottitura decorosa, la morbidezza dei toni?
Si noti. La poltroncina verde è solo apparentemente esclusa dal rapporto tra il patriarca e la discendente. Appartiene a quella specie subdola che premette sempre “io non dico niente, ma…”. Nell’immagine sembra la seduta meno importante. Al contrario, se potessimo girarla, ci sarebbe proprio scritto dietro così: “regia”.

E quel buco? quello spazio tra padre e figlia?
E’ il posto di uno sgabello sgraziato. Non c’entra niente tra loro, entra ed esce dall’immagine – il più delle volte tende a starsene fuori. Nessuno lo sopporta. Non sanno come prenderlo. La tentazione di dargli un calcione e farlo volare in aria è tanta, ma in fondo gli riconoscono una certa funzionalità: garantisce la continuazione della specie. Lui stesso si sente fuori posto, lì, e ha sviluppato una verve polemica che tutti si guardano bene dall’accendere. In questo modo può fare quello che vuole. Soprattutto è autorizzato a stare alla larga.

Tutti sono in guardia, schierati verso l’esterno. Aspettano l’attacco. Loro sono un clan, i tempi sono cambiati e tutti sono nemici. Diffidare sempre, sorridere sempre, parlare male di tutti, sempre.
Mettersi in cerchio, parlare davvero tra loro, quello mai.

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12 pensieri su “Questioni di famiglia

  1. Ogni immagine è una storia o la può creare attraverso gli occhi di chi la vive verso la mente, nel migliore dei modi, verso il suo cuore. Sono lusingato dell'interesse che hai dato alla mia foto. Roberto Oliva

  2. Roberto, per vie strane sei uno dei primi fili che hanno intrecciato questo progetto. Forse per questo le tue foto, tra molte, mi raccontano di più.

  3. Pingback: Il mio paese non esiste – Una mostra fotografica di Roberto Alfredo Oliva (fino al 30/8/2015) | measachair

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