La punkina.

Avrei dovuto prendere la metro. Veloce veloce buttarmi nella città. Passeggiare sotto ai portici, respirare un po’ di quella discreta eleganza. Ovunque sentore di “cura”, pulizia, rigore. Nella sera sfavillante di luci e pioggia il sapore d’altri tempi degli sporti in legno, dorature, insegne storiche. I caffé con le vetrine gioiose, ricche, dolcissime. E i musei, le mostre, l’architettura! Invece no. Torno nel verde. Mi riempio di prato, di rami che disegnano il cielo. Nessun rumore, nessuna fretta. Camminatori, qualcuno che corre. Il rumore del traffico è lontano e lo porta un ventolino freddo. Vicino, mentre una campana scandisce il mezzogiorno pensionati discutono di calcio. Il cartellone del canestro rimbomba ad ogni tiro, il rimbalzare scandisce il tempo. Grosse cuffie sulle orecchie, vestiti ampi, giocano, in lentezza. La signora che spinge la carrozzella è al terzo passaggio. I pensionati continuano, si scaldano, si lamentano.
Medito sulle mie scarse doti di intraprendenza, sulla mia mancata esplorazione cittadina.
Guardo il cielo, ascolto, mi sento immobile, qui e ora e niente altro, come un arredo urbano. Io sono una panchina.

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